Filicudi, Isole Eolie, Sicilia

Sole, mare e pastorizia

Una storia vera

«Non imparai mai a fischiare come faceva Serafino…»
Ammette Santino.
Eppure pastore lo era. Anche se la sua era pastorizia da isola. Anzi da isoletta.
Di sicuro Filicudi non è così grande da potersi permettere pascoli verdi tutto l’anno, non siamo mica in Irlanda.

Figlio di Elio, nipote di Gino unico carnezziere dell’Isola.
In realtà, la pastorizia per la sua famiglia era assimilabile più ad uno sport estremo che ad un’attività di cui vivere.

l’Isola di Filicudi

Si trattava di una pratica unica al mondo: combinava allevamento e pesca.
Sì perché loro, le pecore, le pescavano. Almeno fino ad una decina di anni fa.
Non c’era un solo ovile in tutta Filicudi.
Era Filicudi stessa ad essere un enorme ovile e, al contempo, un discreto pascolo.
Le pecore infatti, non venivano “allevate”. Godendo della piena fiducia dei pastori, queste erano autonome e libere di brucare, soprattutto nella parte disabitata, quindi selvaggia, dell’Isola.

Rivolti ad Est

Anche per bere, si arrangiavano: trovavano fonti d’acqua meglio degli isolani.
«Pecore selvagge erano, niente gabbie o costrizioni. Lasciate brade, ruspanti!»
E anche un po’ all’avventura… «Come tutti quei frikkettoni forestieri che negli anni 70 praticavano campeggio libero, e che furono all’origine della nuova colonizzazione dell’Isola»
polemizza Santino.
Con loro c’era qualche capra che ancora sopravvive abbarbicata sulla costiera nord.
Stavano libere. Fino all’inizio della primavera.
Poi c’era la chiamata puntuale come ogni anno: una settimana prima del primo plenilunio di
primavera, quando avveniva l’inimmaginabile.
Non si era ancora fatta luce in cielo, lì, dietro la sagoma di Salina, che già i ragazzini — fra questi Santino — si arrampicavano su quel che rimaneva dei quattordici vulcani che diedero forma a quello scherzo di terra emersa sicula.
Con Ciro, Sam e Ugo, fedelissimi colleghi che per l’occasione ricordavano di essere pure cani di mannara , radunavano tutto il gregge sparso ovunque, un po’ come se giocassero a nascondino o ad acchiapparello: si stanavano anche le pecore che stambeccavano a 700 mt o sull’impervio e scosceso versante della sciara.

Trovati tutti i capi, si costringevano verso un alto punto della scogliera a strapiombo sul mare: Punta Perciato. 
Lì, una ad una si stendevano le pecore su di un fianco.
«Io le tranquillizzavo accarezzandone il vello, mentre mio zio ne legava le zampe a due a due e poi fra anteriori e posteriori come a formare una maniglia con la corda» spiega Santino.
Poi giù. Nel Blu.

Le Macine e Punta

In acqua stavano per pochissimo tempo, perché era già pronta la flotta dei “pescherecci”, barche basse che recuperavano i lanuti esseri, ormai consci che qualcosa nella loro libera ma monotona vita, stava cambiando.
«In anni di tuffi, nessuna pecora è mai annegata.» 
Rassicura Santino.
«E poi, in fondo, qualche giorno dopo, veniva la Santa Pasqua.»
Ma fu Santino che ad un certo punto si ribellò.
«Mi accorsi che stava diventando faticoso correre per andare a pecore…
Le storte alle caviglie e il rischio di cadere giù al posto delle pecore non valevano il gioco.
Basta!»

Dieci anni fa la stagione della pesca alla pecora sull’Isola venne definitivamente dichiarata
chiusa.
«Eravamo stati gli ultimi. Eroi!» Afferma fiero il nostro.

Qualcuno ancora più creativo praticò per un po’ un’altra disciplina, che però, questa volta,
mescolava pesca e caccia: Il tiro alla capra.
Praticato dalla stessa barca con la quale veniva recuperato l’ovino impallinato.
«Ma questa è un’altra storia.»

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